Martedì, 25 Settembre 2018 09:28

Carpino/ I sessant’anni del film la “LEGGE”. Quel tribunale popolare tra abusi e umiliazioni. Il ciak con Paolo Stoppa, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni e Yves Montand

Il titolo e la trama del film “La legge” si ispirano a un gioco ancora molto diffuso nella cultura popolare di Carpino. E la crudeltà di quel mondo fatto di umiliazioni e soprusi così come descritto nelle riprese, è stato per ge­nerazioni un modo di fare e di vivere di questo borgo noto anche per le sue forti influenze nella musica popolare del Gargano. Le scene più for­ti del film vennero girate nella canti­na di “Graziuccie” in piazza del Popo­lo, le scene di in­terni nei saloni del palazzo di donna Rosa D’Addetta che s’affaccia sem­pre nella piazza. Tante comparse tra cui Antonio Maccarone, uno dei tre patriarchi della musica popo­lare insieme ad Andrea Sacco e Antonio Piccininno.

Per generazioni matrimoni, contro­versie, assunzioni, riffe sessuali sono stati decisi dall’esito di questo gioco crudele e inappellabile. Quasi un re­golamento di conti, una sorta di tri­bunale popolare. La “legge” non am­metteva ricorsi ma spesso tragici epi­loghi finiti in risse e storie di sangue. La “legge” continua a essere pra­ticata nella patria dei “Cantori”. In piazza davanti al bar di Giuseppe Di Leila, proprietario dello storico bar De Bergolis, ribattezzato bar “La legge” ' (nelle sale è allestita una mostra per­manente sul film e sui protagonisti) ma anche davanti alle case, nei luoghi di ritrovo. Seduti a un tavolo quattro o più giocatori si contendono la decisione, la voglia di imporsi, di avere ragione sull’altro. «Oggi il gioco della “legge” - commenta Luciano Castelluccia, atten­to ricercatore di cultura popolare e di­rettore artistico del “Carpino folk Fe­stival” - ha subito una trasformazione dal punto di vista "antropologico": ha perso completamente il ruolo di predominanza tra le classi sociali interne alla comunità. Il suo ruolo è comple­tamente ludico, destinato a tutti, brac­cianti, agricoltori, pastori e commer­cianti, con un ulteriore elemento di novità: da qualche anno si è aperto anche alle donne di qualsiasi età e di ceto sociali diversi. Si organizzano, in qualche bar del paese, annualmente, tornei di scopa e di tressette aperto anche a queste ultime e preludio della “legge”». Tant’è che prima si “giocava” col vino (come nel film) ora si beve birra, a volte anche con quindici pas­sate tra i protagonisti. Variante del “Patrunu e sutta” (che si ispira alla originale “passatella”), il gioco della “legge” assegna alle carte l’onere di individuare “chi comanda” (che propone chi far bere) e il “sot­tocapo” che, con un suo diniego, può decidere di spostare il bicchiere pieno di birra togliendo a tutti tranne che al “padrone” del gioco. In questi momenti spuntavano rancori, gelosie, ruggini destinati ad animare la vita sociale del paese pronti a riesplodere. E ironia della sorte, bere era una cosa facile, altrettanto rimanere a secco. Era il mo­do scelto dalla giuria popolare per pa­gare il debito con la società.

Antonio D’Amico

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