Mercoledì, 12 Settembre 2018 10:08

Lo sceriffo di Long Beach e il Far West della ristorazione. Riceviamo e pubblichiamo.

Lo sceriffo di Long Beach, così coraggioso sulle spiagge, ha perso la stella nelle vie e nelle piazze della città.

L’avidità dei ristoratori ha divorato il decoro, il buon senso, la conoscenza della storia e l’identità della città. Vieste è Vieste sei tu, da sempre: ognuno fa quello che vuole per soddisfare i propri interessi privati la cui somma non coincide con l’interesse collettivo. Con Spina Diana e Ersilia Nobile, prima, e con lo sceriffo di Long Beach, oggi.

Il canone per l’occupazione di spazi e aree pubbliche dovuto al Comune di Vieste è uno straordinario incentivo alla distruzione del decoro su suolo pubblico e del buon senso per finalità di cassa, che non rientra nella politica turistica dell’assessore al turismo. E’ un’offesa all’identità dei viestani.

Il Regolamento comunale non garantisce affatto una corretta utilizzazione degli spazi e delle aree pubbliche e non tiene conto del disagio che dalla stessa può derivare alla collettività.

Com’è possibile autorizzare l’occupazione di spazi e aree pubbliche alle attività di somministrazione alimenti e bevande in via Duomo, su entrambi lati, di sera, ai piedi della Cattedrale e ai ristoranti in via Alessandro III a titolo permanente, in un contesto architettonico, storico e culturale di assoluto pregio? Non è inutile ricordare che via Duomo è un percorso di attraversamento e via di fuga nell’eventualità di un evento sismico in un’area classificata ad alta pericolosità sismica. L’autorizzazione all’occupazione di suolo pubblico nel Comune di Vieste dovrebbe tener conto della mappa sismica e della necessità di garantire le vie di fuga sgombre da tavolini e sedie e permettere ai soccorsi di raggiungere le aree interessate?

Com’è possibile autorizzare in quella misura l’occupazione di spazi e aree pubbliche ai ristoranti nelle vie e nelle piazze più belle della città?

Per logica concorrenziale, non dovrebbe esistere in primis quanto meno una relazione tra superficie interna della sala di ristorazione del ristorante e superficie esterna da destinare ai tavolini? Tra l’altro, com’è possibile esercitare l’attività di somministrazione alimenti e bevande senza una sala di ristorazione interna?

Al fine di realizzare un’equa distribuzione degli spazi pubblici, manifestazione di un principio elementare di concorrenza tra ristoranti, non si dovrebbe individuare un limite in metri quadri all’occupazione di spazi e aree pubbliche ai ristoranti di Vieste che non coincida con la capacità produttiva della cucina, della disponibilità fisica della via o piazza, dei limiti geografici, della volontà dei ristoratori e delle necessità di cassa del Comune di Vieste? Qual’è il limite in via Santi Nobile, in via Giannicola Spina, in via Santa Maria di Merino, in via Cavour, in via Fontana, in via Pola, in piazza Vittorio Emanuele, in via Judeca, in via Alessandro III e sul Corso Cesare Battisti?

Per logica economica si suppone che il canone al metro quadro o lineare, pagato in Piazzetta Petrone sia superiore al canone pagato per esempio dalla pizzeria di Enzo sul lungomare Europa, in quanto il lungomare Europa è una via di pregio commerciale inferiore alla straordinaria piazzetta del centro storico.

Via Pola, la più bella, è la più martoriata, precipitata in una confusione di tavoli, sedie, baracche, di diversa tipologia e colore. Piazza Vittorio Emanuele II è una via di mezzo tra una masseria di Omomorto e il gate di un aeroporto da terzo mondo. Piazza della Libertà è invasa da bruttissimi tavolini di plastica di color bianco. Via Santi Nobile assomiglia a una masseria che si trova nei boschi di Giovanicchio. Via Giannicola Spina è stata trasformata in un gigantesca sala ristorante che rende di fatto impossibile la fruizione della scalinata che conduce su corso Cesare Battisti, che sembra sempre di più a El Paso. Per non dimenticare via Cavour, via Fontana. In via Santa Maria di Merino, con la nuova apertura, sembra di trovarsi in Nuovo Messico. Nella piazzetta formatasi in seguito al terremoto del 1838, accessibile da via Judeca, la confusione è totale ed è proporzionale all’ignoranza della storia locale. La fruizione pubblica del panorama è limitata a quattro metri per quattro.

Perché non è possibile regolamentare materiali, colori, dimensioni di tavole, sedie e insegne in relazione al contesto architettonico, storico e culturale dei luoghi?

Il decoro è funzionale all’efficientamento aziendale e all’immagine di Vieste. Secondo le recensioni pubblicate dal sito web www.tripadvisor.it, con tutte le precauzioni del caso, i peggiori ristoranti di Vieste, nonostante la straordinaria collocazione geografica, in alcuni casi unica nel contesto adriatico, coincidono con i ristoranti che hanno la sala esterna non rispettosa della storia locale e della bellezza.

Al calar della sera, quando lo sceriffo di Long Beach rientra nei suoi possedimenti di Albachiara, i furbastri dell’occupazione abusiva, a parziale compensazione dell’elevato canone, invadono marciapiedi e strade. La pizzeria Poste Italiane illumina a giorno l’area adiacente destinata ai tavolini; sembra di stare al casello autostradale di Poggio Imperiale.

Lazzaro Santoro

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