Giovedì, 16 Agosto 2018 10:15

LA CITTA’ VISIBILE: l’odonomastica di Vieste, dall’Era Antica ad Epoca Contemporanea di MATTEO SIENA - Vico S. Francesco -

La via termina sull’estremità della lingua di terra che penetra nel mare e qui si elevano la Chiesa intitolata a S. Caterina d’Alessandria e l’annesso ex Monastero dei Conventuali dell’Ordine di S. Francesco d’Assisi.

La via, oltre a ricordare l’opera di questi Padri, rappresenta l’omaggio che Vieste volle tributare al più Santo degli Italiani, che nel XIII secolo richiamò la Chiesa, travolta da una grave crisi, a ritornare alle sue origini e allo spirito Vangelo. S. Francesco, a somiglianza della vita di Cristo, si circondò di numerosi discepoli, predicò il verbo di Dio e si dedicò ai poveri e agli ammalati, soprattutto ai lebbrosi schifati dalla società e alle missioni in Asia e in Africa.

Il monastero e la Chiesa, però, furono fondati dalle Clarisse, chiamate qui nel 1438 da un nobile benefattore locale, il contestabile Algrazio e sua moglie Narda, per educare le fanciulle di Vieste e avviarle ad una onesta e feconda economia domestica. Donarono tutto il loro patrimonio con condizione che venissero assistiti durante la loro vecchiaia. Da parte sua il Padre Generale dell’Ordine, in segno di gratitudine verso i due benefattori per la fiducia nutrita verso di essi, volle che amministrassero non solo i beni da essi donati anche tutte quelle entrate che potevano pervenire alle Suore da altri benefattori.

Le Clarisse non ebbero, però, vita facile, perché a distanza di poco più di 40 anni, alla fine dell’agosto del 1480 dovettero subire la ferocia dei saraceni guidati da Acmet Pascià, subito dopo l’eccidio di Otranto. Quale sia stata la loro fine e quella dei coniugi Algrazio non è data di conoscerla, perché di essi nulla è stato tramandato. Per i gravi danni subiti da Otranto e da Vieste il re di Napoli, Ferrante I, “prese tutti gli espedienti necessari al riparo delle medesime, e per lenirne la gran piaga le colmò di maggiori privilegi ’. Inoltre, per dare più sicurezza a Vieste, fece inglobare il mona­stero, in un torrione di difesa e rifornire la città “di bastevole munizione e di maggior numero di soldati'.

Agli inizi del XVI sec. i frati Conventuali chiesero, ed ottennero dalle autorità militari della Capitanata di poter ricostruire, per loro uso, la Chiesa e di occupare parte del monastero delle Clarisse. La Chiesa, come è attestata da una iscrizio­ne posto nella parte alta della parete, a destra dell’ingresso, fu completata nel 1540, e, dopo la battaglia di Lepanto, tutto il complesso passò ai Francescani. La conferma si ricava dalla Relatio ad Limina di mons. Mascio Ferracuti (1589-1609). del 25 settembre 1597 in cui è annotato che “In ultima parte civitatis est situatun, monasterium sub invocatione divi Francisci, ubi adsunt quinquefratres dicti ordinis”.

Un primo monastero dei Conventuali, dedicato a S. Francesco d’Assisi, risale agli inizi del XIV secolo ed era ubicato fuori le mura nella parte terminale dell’at­tuale via Marchese, prima di giungere alla scalinata che sale su corso Tripoli, in località denominata Allegorizia. Questo andò distrutto nel 1480 durante il sac­cheggio operato da Acmet Basnà, restandovi in piedi solo una cappella, quella d S. Antonio Abate.

I Conventuali furono presenti a Vieste fino al 1809, quando con la Legge di Gioachino Murat il monastero fu soppresso e passato al Demanio. La sola Chiesa, anche se depredata dei molti preziosi arredi sacri, rimase sempre aperti al culto. Le varie amministrazioni del Comune utilizzarono il monastero per i Giudicato Regio e per sede della scuola elementare e adibirono i locali posti a piano terra a carcere mandamentale. Ma ancora prima, da tempo immemore, i Decurionato si riuniva di norma ogni 2 luglio, sia nel chiostro che nella chiesa per l’elezione del Sindaco e degli altri membri del governo della città.

La chiesa subì, successivamente, gravi danni con il terremoto del 1646, ma conserva ancora la sua antica struttura. La facciata esterna è semplice e presenta un timpano triangolare che racchiude un rosone circolare caratterizzate dall’apertura delle ali di un angelo e da un lunotto al disopra della porta d’ingresso, mentre fra il tempio e il monastero si erge il campanile.

All’interno, sulla parete centrale dell’unica navata, domina la tela di Castagnedo del 1589 raffigurante la deposizione del Cristo dalla croce, tenuto sulle ginocchia della Vergine Maria, mentre a sinistra si erge la rigida e costernata figura d S. Francesco d’Assisi in piedi. Oltre un decennio fa, la tela venne restaurata da bravissimo pittore Giuseppe Borraccese di Rutigliano di Bari. Sulle pareti laterali si aprono tre cappelle per parte. La prima, a sinistra entrando, è detta della Madonna di Pompei per la presenza del moderno gruppi scultoreo. L’altare è ornato, invece, da un magnifico paliotto riccamente scolpite con motivi arabeschi. Nella seconda domina la pala secentesca del Suffragio al centro vi sono la Madonna con il Cristo e sui lati S. Michele Arcangelo e S. Giuseppe. Nella terza, posta nella nicchia, vi è la statua lignea di S. Antonio di Padova

scolpita a quanto pare a Ragusa (Jugoslavia) da Manno Lorenzo Dobricevic per conto di Cola Paolo di Vieste. Nella cappella di fronte vi è la statua di S. Giuseppe del primo ottocento, scolpita su legno e dipinto con una stupenda policromia. Nella cappella attigua altra pala dipinta su legno raffigura l’Immacolata Concezione, che dovrebbe essere dello stesso periodo della pala del Suffragio e forse anche dello stesso pittore. L’ultima cappella, presso l’ingresso, detta della Porziuncola, è ornata dalla magnifica tela raffigurante S. Francesco che riceve dalla Madre di Cristo il Privilegio Francescano, ed ai lati S. Rocco, S, Biagio, S. Apollonia e S, Lucia, mentre a destra vi è altra tela raffigurante S. Fracesco del pittore Romano Bandini. Di questo stesso pittore adorna la sacrestia la grandísima tela rappresentante la Natività di Cristo. Entrambi sono un omaggio che il notissimo pittore ha voluto fare a questa cinquecentesca chiesa.

Sulla parete a fianco al tamburo di uscita vi sono i due dipinti di Gabriele Di Iasio raffiguranti S. Caterina d’Alessandria, titolare della chiesa e S. Cecilia.

Grande riconoscimento bisogna dare al rettore, don Pasquale Vescera, per il restauro operato nella chiesa e all’anziano artigiano, Salvatore Palumbo, che ha ricostruito le parti mancanti alle colonne con sculture di angeli e di capitelli at­tenendosi allo stile architettonico dell’epoca, e il rifacimento del rosone interno, fatto con tanta maestria e precisione, da fare invidia agli scultori cinquecenteschi. Le istoriazioni su vetro, che coprono questo rosone sono state eseguite dell’artigiano vetraio, Massimillo Rollo di Vieste. Nel 1921 il Monastero, dopo un periodo di abbandono, venne affidato alle Suore Riparatrici del Sacro Cuore dall’Amministrazione Comunale, istituendovi un Orfanotrofio intitolato a Lorenzo Fazzini. Quest’Ordine, tuttora presente, vi esplica una lodevole e proficua attività in favore di orfanelle e di fanciulle tolte alla patria potestà dai Giudici tutori e curano con professionalità una Scuola Materna comunale.

 

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